Una grande monografica su GIOVANNI FATTORI a Villa Mimbelli di Livorno

Paolo Orsini • 23 gennaio 2026

Una delle più grandi rivoluzioni artistiche dell’Ottocento

è partita da Livorno per merito del pittore livornese Giovanni Fattori

Una grande monografica su Giovanni Fattori, di sicuro la più completa mai allestita, si è aperta il 6 settembre 2025 giorno del duecentesimo compleanno dell’artista macchiaiolo con oltre 200 opere ripartite nelle 24 sale di Villa Mombelli a Livorno con l’intento di rilanciare criticamente uno dei più grandi pittori dell’Ottocento.

Curzio Malaparte, con l’ironia pungente che lo contraddistingueva, disse una volta che “i livornesi sono come l’acqua: vogliono muoversi, camminare, correre, girare il mondo. E se stanno fermi, stagnano”. 

Giovanni Fattori non è certo un giramondo: faceva la spola tra Livorno e Firenze, qualche sporadica discesa a Roma e un solo viaggio a Parigi, quando aveva ormai compiuto cinquant’anni (era partito piuttosto prevenuto, e sarebbe tornato poco soddisfatto).

Quei pochi spostamenti sono però stati sufficienti per cambiare il volto della pittura italiana, come sostiene Vincenzo Farinella, curatore del catalogo: una rivoluzione artistica, rivendicata anzitutto da Fattori stesso, e poi riconosciuta già da alcuni suoi contemporanei.

Nei decenni successivi, questa innovazione nello stile della pittura toscana - rottura delle regole accademiche, in particolare ai rapporti proporzionali tra le figure nello spazio prospettico - è stata sottostimata, se non del tutto ignorata, da una larga parte della critica novecentesca.

La sua rivoluzione non va pensata come l’azione di un outsider che s’era fissato l’obiettivo di abbattere il sistema negandone le regole. Fattori non era un futurista: era sì spavaldo e polemico, per niente incline ai compromessi e perennemente insoddisfatto, ma non era certo un incendiario delle regole accademiche.

In qualche modo era consapevole di essere un contestatore che scuote le fondamenta del sistema dall’interno, come lui stesso dice: “faccio parte di quel movimento, la macchia, è una rivoluzione dell’arte”.

Fattori, per i motivi di cui s’è detto sopra, fu ancor più radicale di Signorini, di Banti, di Cabianca, di tutti gli artisti che avevano sperimentato la “macchia” prima di lui. Per questo, si tende a considerare Fattori uno dei pilastri non solo del nostro Ottocento, cosa ormai forse data per acquisita, ma anche un padre della cultura italiana al pari di Giuseppe Verdi.

La mostra di Villa Mombelli, oltre all’incontestabile completezza della ricostruzione filologica, ha anche il merito di dimostrare che Fattori non è soltanto uno degli artisti più amati dal pubblico italiano, ma è anche un pittore di caratura europea.

Le oltre duecento opere sistemate lungo ventiquattro sezioni che occupano i tre piani di Villa Mimbelli (il museo è stato svuotato temporaneamente della collezione permanente per lasciar spazio alla rassegna) secondo un itinerario di visita strutturato con un ordine cronologico che impegna il visitatore per almeno un paio d’ore.

Nella prima sezione sono radunate quasi tutte le opere giovanili note e sopravvissute, che dimostrano gli adolescenziali schematismi e poi ci rivelano un pittore che alla soglia dei trent’anni ancora s’arrabattava nel solco d’una pittura di storia destinata a uscire dalle orbite dell’arte più aggiornata, uno dei tanti epigoni degli ultimi pittori romantici che dipingevano nella Firenze dei Lorena.

Poi, a un certo punto, la svolta improvvisa. Era il 1859 e stava dipingendo una grande tela, di due metri per tre, con un episodio di storia fiorentina (Clarice Strozzi intima a Ippolito e Alessandro de’ Medici di partire da Firenze), peraltro scoperto di recente, perché a opera quasi conclusa Fattori decise di stenderci sopra una mano di pittura per coprire quell’immagine e dipingere sul retro un lavoro di tutt’altro respiro, la sua prima grande battaglia, l'Episodio della battaglia di Montebello.

Abbandonato il grande dipinto a tema storico, ci s'mbatte in una serie di tavolette di militari che sorprendono per la loro modernità: dipinti semplici, non più di storia ma di realtà, dove le pennellate abbozzano luminosi intarsi di luce, dove il soggetto appare quasi sublimato, dove la grammatica sfiora la notazione geometrica.

Dove Fattori avesse imparato a dipingere così, è difficile a dirsi. Certo è che lui stesso, nelle sue memorie e nei suoi pochi scritti autobiografici, individuava in quel 1859 un anno fondamentale del suo percorso, l’anno in cui “vennero i macchiaioli”, come avrebbe scritto lui stesso, anche se in realtà i suoi soldati del ‘59 dovevano esser probabilmente il frutto d’una qualche più elaborata meditazione. 

Riflessioni fatte sulle opere di Telemaco Signorini, di Vincenzo Cabianca, di Cristiano Banti, di Serafino De Tivoli, di tutti quegli artisti che avevano cominciato almeno da due o tre anni i loro esperimenti su di una pittura nuova, una pittura di sintesi visiva che, per adoperare le parole dello stesso Fattori, "intendeva restituire al riguardante la realtà della vera impressione del vero”.

All’osservazione della pittura dei colleghi va aggiunto l’incontro con Nino Costa (in mostra sono alcuni suoi dipinti), l’inventore della moderna pittura di paesaggio italiana, sbalordito da quei primi esperimenti sui soldati, e di conseguenza intenzionato a suggerire a Fattori di cimentarsi anche col paesaggio.

Le prime vedute paesaggistiche di Fattori sono un altro snodo fondamentale della sua arte e rimontano ai primi anni Sessanta, altro periodo di feconda attività favorito dalla vicinanza alle campagne dell’entroterra livornese. E qui operò in gran parte anche con la sua produzione ritrattistica.

Ogni dettaglio affascina l’ormai quasi quarantenne Fattori: i campi arati, quelli coltivati, il cielo sopra le distese d’erba e di terra, il profilo delle colline, gli animali al pascolo o allo stato brado, la vita dei contadini che, per tutta la sua carriera, Fattori avrebbe riprodotto senz’alcuna idealizzazione. 

E non poteva mancare il mare, elemento cui il pittore si sarebbe sempre sentito vicino: “amo il mare perché nato in città di mare”, avrebbe poi detto nei suoi scritti autobiografici. Gli esperimenti che Fattori conduce tra l’inizio degli anni Sessanta e la fine del decennio segnano anche il momento di massima sintesi formale di questo sperimentalismo.

La mostra cerca anche di dissipare il mito del Fattori pittore contadino, pittore rozzo, pittore che va sbandierando come un vessillo la sua presunta mancanza di cultura. Questo suo understatement aveva lo scopo preciso di corroborare quella sua aura del pittore semplice, dell’artista genuino, del continuo osservatore della natura che soltanto dalla natura si faceva ispirare.

Conoscitore della pittura antica e di quella moderna; nelle sue opere si rinvengono riferimenti a Gustave Dorè, alle stampe giapponesi; ammiratore di Cervantes e del suo Don Chisciotte al punto d’aver dedicato alcuni dipinti al romanzo (uno di questi, in prestito dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, è in mostra).

Lettore che non di rado discuteva con gli amici delle sue letture, in particolare con il critico Diego Martelli, che contribuì in maniera determinante alla fortuna dei macchiaioli, e che Fattori considerava l’unico amico che avesse mai avuto. 

Quanto alla grande pittura d’argomento bellico, la mostra di Livorno parte dall’indiscutibile realismo dei lavori di Fattori, per trasmettere l’immagine, ormai sedimentata a livello critico ma forse non ancora così nota al pubblico, del pittore profondamente antiretorico e, se non esplicitamente antirisorgimentale, quanto meno desideroso di smorzare ogni tono celebrativo.

Fattori non fu l’unico in Italia a raccontare una specie Risorgimento non epico, ma probabilmente fu tra i pochi, se non l’unico, a raccontarlo direttamente dai campi di battaglia: non più, dunque, una pittura d’epici scontri, di cariche, di combattimenti, quanto semmai una pittura di polvere, una pittura delle retrovie, una pittura di soldati più che una pittura di battaglie. Soldati impegnati a leggere e scrivere lettere, a curarsi dopo uno scontro. Soldati, spesso, morti e abbandonati sul campo.

La mostra di Villa Mimbelli enfatizza anche il rapporto di Fattori con la Maremma insieme a quello con gli altri macchiaioli, specie quelli della seconda generazione come Niccolò Cannici ed Egisto Ferroni, che a Fattori piacevano poco per via del loro sentimentalismo.

Quella dell’ultimo Fattori è, sostanzialmente, l’immagine di un pittore stanco, isolato, un misantropo circondato di pochissimi affetti, e che non smette però di contestare, e anche di sperimentare: i dipinti sugli animali, gli esseri viventi che più di tutti forse catturano la partecipazione emotiva del vecchio artista.

Il celeberrimo Muro bianco, opera degli anni Settanta, è posto a chiudere la mostra, assieme alle opere d’un gruppo vario d’artisti che avrebbero tratto più di qualche spunto dalla poetica di Fattori, a guisa d’epilogo solo in apparenza controintuitivo, in realtà funzionale a sottolineare ancora una volta, in uscita, quel carattere profondamente rivoluzionario della pittura fattoriana.

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