Scopriamo i CAMPI LUNGHI del fotografo DUCCIO RICCIARDELLI

Paolo Orsini • 27 gennaio 2026

L’arte fotografica di Duccio Ricciardelli

punta lo sguardo sull’interazione tra natura e figura umana

Il 24 gennaio si è inaugurata alla Biblioteca delle Oblate la mostra del fotografo Duccio Ricciardelli “Campi Lunghi” che presenta una quarantina di scatti nell’occasione illustrati dal fotografo stesso e da Elisabetta Beneforti, poetessa e redattrice della rivista on line "Pioggia Obliqua". La mostra è visitabile fino al 14 febbraio 2026 nella Sala conferenze Sibilla Aleramo della Biblioteca delle Oblate.

“Campi Lunghi” è una terminologia tratta dal gergo cinematografico, il riferimento a un’inquadratura che riprende un'ampia porzione di ambiente, dove la figura umana è visibile e riconoscibile, ma nettamente subordinata al contesto spaziale. Indica la relazione tra il soggetto e l'ambiente circostante, comunicando spesso sensazioni di isolamento o di grandezza dello spazio. In molti scatti, infatti, Duccio Ricciardelli inscrive le figure umane all’interno di un paesaggio che, grazie alla potenza della natura, quasi sempre le ingloba.

Duccio Ricciardelli nasce a Firenze nel 1976. Dopo una laurea in Storia e Critica del Cinema, si dedica alla fotografia di reportage e di scena, approfondendo successivamente i suoi studi sul cinema documentario presso il Festival dei Popoli di Firenze, e cominciando a lavorare come operatore, assistente operatore e regista. 

Lavora inoltre a Roma come assistente di produzione presso la Fandango. Partecipa a diversi festival nazionali e internazionali con uno stile sperimentale e di ricerca. Dal 2017 è giornalista pubblicista nel settore della critica cinematografica. Tra le sue collaborazioni ci sono Rai, Netflix, Arte, Disney Channel, Regione Toscana, Ente Cassa di Risparmio di Firenze, gallerie e musei di arte contemporanea in Italia e all'estero.

“Fotofinction” è la tecnica di narrazione fotografica che permette di lavorare con il personaggio all’interno del paesaggio, dove spesso il soggetto è ripreso sullo sfondo. Duccio Ricciardelli ama usare questa tecnica in controtendenza rispetto a quella che è attualmente usata per la ripresa sia fotografica che cinematografica, dove si lavora sul primo o addirittura primissimo piano, oppure sul dettaglio, sulla macro.

È una scelta concettuale quella di Duccio Ricciardelli che gli permette una sorta di rallentamento dello sguardo perché il suo è un lavoro di narrazione: molte foto che sono in mostra nascono da un testo scritto, non sono un reportage d’improvvisazione, come può essere la streetphotography, nascono da un soggetto sceneggiato, questa può essere la chiave di lettura delle sue fotografie, la fotografia come racconto, il fotografo è uno storyteller. 

La prima serie in mostra s’intitola “Fotonovelle” e prende spunto dalla lettura delle “Novelle della Nonna” di Emma Perodi, narratrice novellistica del Casentino. Duccio ha selezionato alcune novelle e poi si è messo in cammino, di notte, in zona Pomino. C’è qui un’improvvisazione maggiore rispetto alle altre foto della mostra. Ha lavorato sulla grana (grossa) e sul fuoco (sfocatura), sul punto di vista basso, sul movimento, senza cavalletto ma uso del mosso, che conferisce alle foto un carattere visionario, onirico. Il tema del bosco, del fuoco e del cammino tornano spesso nei lavori di Duccio, ma in questa prima serie ci sono in maniera casuale perché le foto sono state fatte tutte in una notte.

L’uso di questa tecnica che paradossalmente sembra quasi distruggere l’immagine, o per lo meno renderla meno leggibile o comprensibile, serve invece per portare lo spettatore nel realismo magico della fotografia di Duccio. I suoi non sono reportage umanistici, non sono immagini di documentazione della realtà, piuttosto momenti di evocazione (per esempio il silenzio del bosco, la suggestione della notte). 

La serie successiva è il “Dittico della lettura”. Si tratta di un altro percorso dell’esperienza fotografica di Duccio, realizzato nel 2023 per la rivista “Erodoto” di Paolo Ciampi: l’idea di partenza era quella di staccare su una persona che stava leggendo un libro. In questa photoperformance Duccio ha reinterpretato il tema, lavorando sui campi lunghi, sulla messa in scena del personaggio all’interno di un ambiente (la Coop. di Gavinana) sul contrasto tra città e campagna (sull’interno/esterno). Le foto sono state decise prima a tavolino (disegnate in un vero e proprio storyboard) e poi realizzate. 

Nella photoperformance e nella photofinction si lavora molto con le luci artificiali e varie attrezzature, mentre Duccio lavora esclusivamente con la luce ambiente, una sorta di ritorno alla sua formazione documentaristica. Nella prima serie c’era il movimento, in questa c’è la staticità con l’uso del cavalletto e il soggetto al centro dell’inquadratura. In passato Duccio odiava il cavalletto perché ingombrante e pesante da portare con sé; successivamente ha iniziato a usarlo perché gli permette di soffermarsi e di riflettere su molti più dettagli presenti nell’inquadratura.

La terza serie è “Il bosco dei segni” realizzata a Vallombrosa. Torniamo nel bosco, nella natura, nella narrazione perché l’incipit della serie è una frase scolpita nel legno in un sentiero: “il bosco, l’inconscio e la fiaba”. L’affabulazione inconscia fa parte della ricerca e dello sguardo sul mondo esterno e interno di Duccio. L’uso del bianconero è scelta stilistica a priori perché è ricerca di assolutezza, di semplicità, la possibilità di togliere tutto quello che c’è in sovrappiù.

L’uso del bianconero è anche metafora della vita: una sorta di surrealismo, immagini scattate in varie ambienti e in momenti diversi, unite poi da un sottotesto che crea la storia dove il bianconero funziona da collante concettuale. 

Le suggestioni provengono anche dal neorealismo italiano (piano sequenza lungo), oppure da Rossellini, Pasolini, ma soprattutto da Andrej Tarkovskij che lavora sul b/n e sui campi lunghi (Stalker, Nostalghia). L’intento è di ispirarsi a quel cinema con la narrazione fotografica, come questo “Braccio” fotografato in un albergo di Vallombrosa, la cui messa in scena non è casuale ma è una performance. 

Le ultime foto esposte in mostra sono miscellanea di photoperformance, una selezione di vari e disparati personaggi, ripresi in uno straniante gioco di luci e ombre, effetto disturbante ma proprio per questo di grande impatto. Anche queste non sono foto documentaristiche: Duccio propone la sua immagine e poi lascia libera l’interpretazione, come fosse il primo fotogramma di una storia che poi lo spettatore deve continua a raccontare a se stesso o agli altri. 

Un esempio di streetphotography si ha con questa foto di una maglietta di un manifestante dell’azienda GKN. Oltre al lavoro sul dettaglio urbano, tipico di questo approccio fotografico, c’è anche un riferimento all’arte (il David) e uno alla società civile (la lotta della GKN per il posto di lavoro indicato con la metafora dello “strappo”)

Le ultime immagini sono un trittico realizzate alle Cascine, premiate a un concorso organizzato da Foto Alinari; in questo caso Duccio si è comportato come un flâneur che si aggira in un luogo senza avere un programma; la mostra ha così un percorso circolare perché è con la casualità che era iniziata (le foto di notte a Pomino) e con la casualità di questi scatti alle Cascine si conclude. 

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