Un principe alchimista nella Firenze del Seicento
Il libro di Paola Maresca è un viaggio appassionante nella vita di un personaggio che la storia ha spesso dimenticato

Per la collana “Studi e Ricerche" dell’editore Pontecorboli, è appena uscito questo agile volume di Paola Maresca, una ricercatrice fiorentina autrice di numerosi saggi su alcuni aspetti meno indagati della storia di Firenze e del casato dei Medici, come i giardini, le architetture, le piante magiche, l’alchimia. l’astrologia, la simbologia.

In questo volume, l’autrice ci rivela la vita particolarmente travagliata ma anche ricca di soddisfazioni di Don Antonio de’ Medici, il “principe alchimista”, uno dei personaggi di maggiore spessore nella Firenze del Seicento, ma anche uno tra i meno indagati nella storia dei Medici, e vedremo il perché.
Figlio naturale di Francesco I de' Medici e di Bianca Cappello, Don Antonio ha subìto la stessa damnatio memoriae della madre. Bianca era figlia di Bartolomeo Cappello, uno dei più illustri e nobili veneziani, ma il cardinale Ferdinando, fratello di Francesco, la osteggiava in tutti i modi perché ne temeva l’influenza e perché voleva mettere le mani sull’eredità del fratello.
Francesco e Bianca morirono a poche ore di distanza l’uno dall’altra, mentre nel 1587 si trovavano nella residenza di campagna di Poggio a Caiano. Una morte molto sospetta, ma i medici corrotti, dopo l’autopsia, dissero che era stata la malaria, anche se la zona in ottobre non era proprio infestata dalle zanzare.
Ferdinando, ospite nella villa del fratello per la stagione della caccia, rimane l’indiziato numero uno per avvelenamento, probabilmente da arsenico. Il mistero non è ancora risolto, perché un’approfondita analisi paleopatologica fatta in tempi recenti, ha rintracciato nei resti di Francesco sia tracce di arsenico che del bacillo della malaria.
Dopo la morte dei coniugi, il cardinale Ferdinando meditò un piano di sopraffina astuzia: processò Bianca Cappello da morta e, con una serie di testimonianze estorte, fu documentato che Antonio non era suo figlio: al culmine di una gravidanza isterica, avrebbe messo in una culla un neonato partorito da una serva.
La testimonianza determinante fu quella del medico chiamato proprio per assistere Bianca nel parto; il medico, che poteva rischiare la vita a seconda di ciò che avrebbe detto al processo, con astuzia depose che, mentre stava recandosi al palazzo di Bianca Cappello, ricevette una chiamata urgentissima, si attardò un po’ di tempo, e quando entrò in camera di Bianca il bambino era già nato; quindi, lui non poteva dire da dove fosse uscito.
Forte della sentenza del tribunale, il cardinale Ferdinando rivelò ad Antonio, che aveva 11 anni, che non era figlio di sua madre e, pertanto, lo avrebbe privato di tutti i suoi beni, perché non apparteneva al Casato de’ Medici. Il bambino si disperò a lungo e in modo talmente convincente che il cardinale alla fine mutò atteggiamento.
Gli riconobbe una parte dei beni lasciati in eredità dal padre Francesco I e gli concesse l’uso del nome dei Medici, ma a una precisa e tassativa condizione: doveva divenire cavaliere professo dell’Ordine di Malta.
Questo non era soltanto un privilegio, ma anche un onere pesante; infatti, avrebbe dovuto fare voto di celibato perpetuo e quindi non avrebbe avuto discendenti legittimi. Aveva fatto voto di celibato, non di castità: ebbe un’amante devota che gli partorì molti figli, ma tutti illegittimi, nulla potevano rivendicare che appartenesse ai Medici.
Tra i beni in eredità che gli furono concessi, molta importanza per Don Antonio ebbe il Casino di San Marco progettato da Bernardo Buontalenti, nel quale il padre Francesco conduceva le sue ricerche e i suoi esperimenti alchemici.

Don Antonio, fin da bambino affascinato dagli esperimenti del padre, non solo trasformò il Casino di San Marco nella sua residenza, ma si dedicò con una passione straordinaria a proseguire e sviluppare le ricerche in alchimia, come bene mette in luce Paola Maresca in questo suo contributo saggistico.
Sono giunti fino a noi corposi manoscritti che testimoniano la passione di Don Antonio per l’alchimia ereditata non solo dal padre ma anche dal nonno Cosimo I de’ Medici; inoltre, si è dedicato all’elogio e alla diffusione delle teorie di Teofrasto Paracelso, considerato allora uno dei più illustri medici e sperimentatori alchemici.

Il merito di Paola Maresca è di avere individuato e sottolineato l’importanza di alcuni importanti personaggi che collaboravano con Don Antonio nel suo centro di sperimentazione. Una di queste è Antonio Meri, un prete che si dedicava a questa sperimentazione chimica e che ha lasciato testimonianze molto interessanti. Altra figura curiosa, tra le tante ricordate da Paola Maresca, è il veneziano Lelio Pittoni, creatore di labirinti.
A metà tra il mondo scientifico e quello magico, le pratiche che si effettuavano all’interno del Casino di San Marco erano seguite e apprezzate da molte persone che si lasciavano affascinare dal Palazzo della curiosità. Sul timpano del portone d’ingresso è rimasto il simbolo della curiosità, una scimmietta che con le sue zampine ci invita a entrare nel palazzo.

Paola Maresca ci rende partecipi, con questo suo contributo, della capacità di Don Antonio de’ Medici di, con costanza e determinazione, trasformare un destino avverso, segnato inizialmente dal complotto ordito ai suoi danni dallo zio Ferdinando, nella sua forza e in una leva potente che lo ha fatto diventare uno dei personaggi più affascianti del Casato de’ Medici.

Per questo, la figura di Don Antonio meriterebbe molta più attenzione dalla ricerca storiografica, e questo contributo di Paola Maresca è l’invito ad approfondire maggiormente lo studio di questo sfortunato principe mediceo, che comunque è riuscito in qualche modo a superare un terribile destino. Il titolo nobiliare di marchese di Paganico suona come un’offesa, ma anche nel minuscolo borgo rurale prima di Grosseto ebbe un ruolo da protagonista, ristrutturando la torre (che ancora esiste come residenza privata) e la piccola chiesa.
Il pregio maggiore di questo interessante e scorrevole saggio di Paola Maresca è proprio quello di riuscire a mettere a fuoco una delle tradizioni medicee più vivaci e intellettualmente interessanti. Don Antonio morì nel 1621 e quando nel 1721 i suoi resti furono riesumati, venne trovato avvolto nel mantello da cavaliere dell’Ordine di Malta. Anche Paola Maresca ha avuto il pregio di far rivivere questo grande personaggio che la storia a lungo dimenticato.

Le foto sono relative alla presentazione, avvenuta il 14 maggio 2026 nella Sala Pistelli del Palazzo Medici Riccardi a Firenze, del volume di Paola Maresca Don Antonio de Medici – Un principe alchimista nella Firenze del ‘600 pubblicato da Angelo Pontecorboli Editore a cui, oltre all’autrice e all’editore, sono intervenuti Samuele Lastrucci, direttore del Museo de’ Medici, il professore dell’Università di Firenze Giovanni Cipriani, e l’attore Duccio Barlucchi del Teatro Almaviva che ha letto alcuni passi del libro.










