L’impareggiabile passione per la civiltà etrusca di LUISA RUPI

Paolo Orsini • 14 maggio 2026

I favolosi misteri di quel popolo chiamato

etrusco svelati da Luisa Rupi

Roma non fu fatta in un giorno, dice il proverbio, anche se divenne ricca e potente in un arco di tempo relativamente breve. I motivi del suo rapido successo furono svariati, ma la storiografia ha dimostrato che fu uno su tutti: la vicinanza con l’antica civiltà etrusca.

Da sempre, gli Etruschi esercitano un particolare fascino per la loro storia, la loro cultura e i loro “enigmi”. In realtà, l’alone di mistero che li circonda, è soltanto un vecchio e superato cliché: sia la ricerca storica che l’archeologia hanno fornito esaurienti risposte alla maggior parte dei quesiti. Senza scalfirne il fascino, grazie anche a grandi appassionate di questo argomento come Luisa Rupi.

Autoctoni, provenienti dal Nord oppure dall’Oriente, queste le tre ipotesi che, fin dall’antichità, hanno tenuto banco tra gli storici sulla genesi del popolo etrusco. Gli studiosi di oggi oscillano tra chi ritiene che siano giunti dall’area egeo-anatolica e chi li considera il risultato di un lungo processo di formazione. Luisa Rupi nei suoi libri approfondisce con parole chiare e semplici queste nuove ipotesi.

Le molte sculture e pitture giunte fino a noi raffigurano il popolo etrusco mentre celebra i suoi riti, danza o banchetta. Il racconto di Luisa Rupi è utile anche per decifrare il sorriso enigmatico nei loro volti: rappresentazione naturalistica o simbolica?

Infatti, sia i ritratti degli sposi del celeberrimo Sarcofago di Cerveteri che l’Apollo di Veio, presentano volti stilizzati e simbolici, caratterizzati da un’espressione assente, che sta a rappresentare l’alterità rispetto al mondo sensibile.

Giochi, danze, banchetti sontuosi e libertà sessuale: la mondanità e raffinatezza dei nobili etruschi erano bersaglio delle critiche dei Greci e dei Romani, soprattutto per il loro “femminismo”, la tolleranza degli uomini per il protagonismo delle donne. La tesi del matriarcato etrusco è stata superata, ma è innegabile che l’emancipazione della figura femminile sia una peculiarità di questa civiltà. La donna per l’uomo come compagna di vita, non come ancella. 

Profondi conoscitori dell’anatomia, gli Etruschi erano valenti medici, chirurghi e dentisti. Greci e Latini riconoscevano loro una particolare abilità nel conoscere piante medicinali e nel saper estrarre principi attivi per unguenti e medicamenti. Scavi archeologici hanno dimostrato la loro pratica della chirurgia cranica e mandibolare, sono stati ritrovati protesi e ponti, efficienti anche se rudimentali.

Gli Etruschi dedicavano molto del loro tempo alla cura del corpo e dell’aspetto, seguendo con passione le tendenze che provenivano dall’oriente; vestivano abiti riccamente decorati e acconciature particolarmente complesse, con ampio uso di fibule, anelli, diademi. 

Lo specchio non era soltanto uno strumento da toeletta, un dono nuziale o una prerogativa femminile, ma è stato suggerito da alcuni esperti che avesse anche una funzione rituale, con riferimento all’universo mitologico, spesso di origine greca.

Grano, vite e ulivo erano i tesori dell’Etruria, anche se la dieta del popolo si limitava a polente o zuppe. I sontuosi banchetti con carne, cacciagione e ogni leccornia al momento disponibile  erano riservati agli aristocratici in determinate occasioni.

Il senso estetico e l’abilità tecnica degli Etruschi permisero di raggiungere risultati innovativi e straordinari nel campo delle arti figurative, dall’oreficeria al ritratto, dalla pittura murale alla scultura, dall’arte di modellare la terracotta (l’invenzione del bucchero) a quella del bronzo (la celeberrima statuetta “Ombra della sera”).

E ora passiamo alla storia raccontata da Luisa Rupi. Nell’introduzione de Il favoloso mistero di quelli chiamati etruschi, edito nel 2025 da Il Pozzo di Micene – Lucia Pugliese Editore, scopriamo chi è il protagonista: “Arolfo, alias Grillo Rosso, l’uomo che vive senza età. È una creatura mitologica, può essere stato partorito da una quercia, dal vento o dal fiume, caduto sulla terra in occasione di un fortunale”.

La storia di Luisa Rupi si intreccia con la fantasia ma nomi e luoghi hanno attinenza con la realtà storica. L’autrice, aretina di nascita, ha frequentato i Corsi di Etruscologia dell’Università Internazionale dell’Arte di Firenze e ha fatto esperienze di ricerca nel Gruppo Arhceologico S.I.AM. (Società Italiana di Archeologia Mediterranea); quindi oltre alla grande passione per le antichità ha anche una solida base storico-archeologica. 

La zona di partenza del lungo viaggio di Arolfo in tutta l’Etruria è Vulci. La sua missione è quella di raccontare la storia dei popoli: “Un po’ missionario, un po’ mercante, uomo saggio, l’italico Arolfo è guida per la propria e per le altre genti”. Visiterà quasi tutte le città etrusche: Saturnia, Roselle, Vetulonia, Populonia, Volterra, Orvieto, Bolsena, Montefiascone, Tuscania, Tarquinia e con una puntata anche all’Isola d’Elba.

Dice ancora Luisa Rupi: “Questo è un racconto che darà da pensare al lettore, una storia che potrebbe essere anche la sua in quanto partecipe a quella dell’uomo. Lo inviterà a ricercare la spiegazione di certi vuoti reali o apparenti in essa, il perché del fermarsi, talora, delle conoscenze, le ragioni del mistero intorno alle nostre origini”.

La competenza nell’etruscologia di Luisa Rupi, oltre a questo libro, è stata donata al lettore anche con un altro testo: Tombaroli si nasce, edito qualche anno fa, nel quale si raccontano le peripezie di Gismondo Tagliaferri, un “cercatore” realmente esistito, i suoi sogni e la sua storia personale per capire, senza falsi moralismi, la sua attività.

Nel libro Luisa Rupi affronta, con competenza storica e dovizia di particolari, i modi di seppellire i morti e i vari tipi di tombe, in alcune necropoli etrusche, come quelle di Osteria, Ponte Rotto, Polledrara. Inoltre, l’autrice ci conduce in bellissime passeggiate archeologiche, fornendoci i particolari per effettuare una serie di itinerari intorno a Vulci, nella Necropoli di Cuccumella, nella Maremma toscana.

Per concludere, dobbiamo apprezzare lo sforzo di Luisa Rupi per queste sue opere dedicate alla civiltà etrusca, perché come dice lei: Un libro di argomento archeologico scritto da una persona che non sia ufficialmente un’archeologa può richiedere da parte dell’autore una spiegazione dei motivi che lo hanno indotto ad impadronirsi di tale disciplina”.

La spiegazione viene dalla stessa creatura fantastica protagonista del suo racconto: il Grillo rosso, Arolfo, che è alla ricerca perenne e determinata delle verità della civiltà etrusca, “…verità non assoluta, tuttavia impellente. E lui non vuole tacere”. Ma soprattutto la risposta è in una parola: passione, quella che Luisa Rupi ha da sempre per il popolo etrusco e che è riuscita, in modo commovente e trascinante, a infondere in tutte le pagine delle sue opere.

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