Film LO STRANIERO: François Ozon meglio di Luchino Visconti

Paolo Orsini • 5 maggio 2026

LO STRANIERO capolavoro assoluto di Albert Camus reinterpretato dai registi Luchino Visconti e François Ozon in due film memorabili.

L’ultimo film del regista francese François Ozon, in queste giorni nelle sale italiane, mi ha riportato alla mente il ricordo, ancora vivo, della lettura del capolavoro di Albert Camus che ho fatto negli anni Settanta con l’edizione tascabile della Garzanti.

Capolavoro della letteratura novecentesca, il protagonista è Meursault, un modesto impiegato che vive ad Algeri in uno stato di indifferenza, di estraneità a se stesso e al mondo. Un giorno, dopo un litigio, inesplicabilmente Meursault uccide un arabo. Viene arrestato e si consegna, del tutto inerme, alle inevitabili conseguenze del fatto - il processo e la condanna a morte - senza cercare giustificazioni, difese o menzogne. Meursault è un eroe ''assurdo'', e la sua lucida coscienza del reale gli permette di giungere attraverso una logica esasperata alla verità di essere e di sentire.

Il romanzo, un'opera che ha segnato profondamente la letteratura del Novecento, diventando un caposaldo dell'esistenzialismo e un testo di riferimento per comprendere l'alienazione dell'uomo moderno, è stato tradotto in quaranta lingue e due trasposizioni cinematografiche, una di Luchino Visconti nel 1967 con Marcello Mastroianni, mentre il film di François Ozon con Benjamin Voisin è del 2025.

L’incipit del romanzo ci fa subito capire quale sarà l’atteggiamento del protagonista per tutta la storia: l’indifferenza. Meursault non cerca significati profondi in ciò che gli accade: la vita, le convenzioni sociali e i rapporti emotivi per lui sono il frutto di un’esistenza assurda e senza senso. L’amore di Marie, il delitto, il processo e la morte non suscitano in lui che totale indifferenza esistenziale: accetta l'assurdità della vita e della morte senza cercare consolazione o senso. Non è velleitario, né rinunciatario, è semplicemente distaccato, "straniero" alle emozioni attese.

È complicato, per un lettore qualsiasi, riuscire a non provare fastidio per un tipo come Meursault, un effetto repulsivo, perché per tutta la storia è un uomo vuoto, piatto, indifferente alla vita e alla morte. Nessuno di noi lo è fino a questo punto. Se parliamo di cinema (o di teatro), interpretare il ruolo di Meirsault è molto difficile. Perché l’attore deve svuotarsi di tutta la sua umanità, non deve avere una propria storia, una propria immagine, dato che il personaggio Meursault non ha né passato né futuro, ma attraversa il presente con il più assoluto distacco emotivo.

Ecco perché, un sia pur bravissimo Marcello Mastrioianni, ci è piaciuto meno di Benjamin Voisin. L’attore italiano, anche se passa molte scene del film immobile sul terrazzino del proprio appartamento a guardare con noncuranza le persone sulla strada, non è freddo, semmai pigro; da ogni poro della sua pelle, fradicia del sudore dell’afa di Algeri, trasuda invece tutto il suo essere mediterraneo, il suo essere seduttore. Ma il Meursault di Camus non è un pigro indolente, è semplicemente un indifferente.

Che il film sia uno dei peggio riusciti di Luchino Visconti lo sostiene anche il critico cinematografico Morando Morandini che giudicò Lo straniero come «il più opaco film di Visconti, che rincorre inutilmente una fedeltà illustrativa alla lettera di Camus, impotente a ricrearne lo spirito».

Il romanzo di Albert Camus, tra i più noti, venduti, misteriosi della letteratura francese del Novecento, per certi versi sembra respingere la trasposizione cinematografica, per via di quel protagonista senza un fine e per la mancanza quasi assoluta di eventi, per questo pochi registi ci si sono cimentati.

Se si volesse trovare un tema per l’adattamento cinematografico al giorno d’oggi de Lo straniero si potrebbe parlare di depressione, provocata da un trauma, ma il film di François Ozon non tradisce Camus fornendo spiegazioni psicologiche: si limita ad alludere, accennare, mescola desiderio represso, luci e ombre in sequenze di pochi secondi (un colpo di calore, una tensione erotica non gestita, la necessità di sperimentare un'emozione).

Nel bianco e nero più che mai appropriato, scelto dal regista per raccontare tanto l'opacità che l'estremo contrasto della visione del protagonista, Benjamin Voisin è l'interprete perfetto per restituire attraverso il linguaggio del cinema il sentimento destabilizzante dell'ambiguità, di un personaggio che attraversa l'esperienza della vita senza stare al gioco, capace di godere del piacere momentaneo del vino o di una bella ragazza, ma non di trovare senso nel legame o nel sentimento, qualunque esso sia.

François Ozon, regista sofisticato, inserisce anche una dimensione politica all'interno del film, affidandola alle immagini di apertura e di chiusura dichiaratamente ostili al razzismo, e soprattutto usa un registro ironico – del tutto assente nel film di Luchino Visconti – in particolare nelle splendide sequenze della veglia della madre, nell'obitorio dell'ospizio, e durante il processo, in cui Meursault è, come sempre, sincero fino in fondo; straniero alle leggi dell'umana società, e dunque mostro destabilizzante da allontanare da quell’umana società.

Lo straniero di Albert Camus, sia il romanzo che i due film, offre diversi spunti per tentare di capire la società contemporanea, esercizio alquanto complicato, a causa della sua enorme complessità, dell’instabilità geopolitica, del cambiamento climatico e dell’infodemia che ci sovrasta ogni momento. Una società all’apparenza caotica e assurda che sembra non dare risposte, e che anzi alimenta dubbi e incertezze.

Purtroppo, a mio avviso, le giovani generazioni sono le prime vittime di questa assurdità. E in questo ricordano il romanzo di Albert Camus. Come Meursault, non si identificano più in una società i cui valori e le cui istituzioni appaiono incomprensibili, e da cui tendono a dissociarsi. Come Meursault, provano una solitudine interiore che sembra non essere alleviata dalla connessione ai social media. Anzi, come Meursault, non accettano un percorso di vita prestabilito (casa-lavoro-famiglia), ma vi contrappongono un modello alternativo, basato sulla crescita e la valorizzazione individuale. Sono proprio queste differenze ad accentuare il varco tra i giovani e una società a loro “straniera”.

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